racconto di dorina palombi

“il luogo di aimo e nadia” nasce in quella periferia di milano che sembra strizzare l’occhio a “il ragazzo della via gluck” di celentano. là dove c’era l’erba ora c’è un due stelle michelin cresciuto piano piano con la convinzione che le cose fatte bene nascano da prodotti di eccellenza, senza far rumore, senza dover essere sotto le luci della ribalta per forza. era il 1962 e parole come stagionalità e qualità della materia prima non erano di certo all’ordine del giorno ma per aimo e nadia moroni fungevano da base per una cucina solida e ostinata.

ecco perché arriva ben chiara la convinzione che la loro impronta nel panorama gastronomico sia definibile come iconica nel perdurare: una classicità che ignora le mode, che diventa tutt’uno con un made in italy che non ha bisogno di altro perché paniere di eccellenze da nord a sud. uno stile tramandato dalla figlia stefania e dagli chef alessandro negrini e fabio pisani con garbo e profonda dedizione; sedersi al tavolo del luogo è sfogliare una pagina di storia sempre attuale, godendo del senso più profondo del verbo custodire.

creare i coltelli per gli chef pisani e negrini prevedeva quindi un lavoro su italianità e classicismo, trasformati in opere decisamente canoniche: per disossare, lungo per la carne, pesante da macellaio per lavorare la materia nella maniera migliore, con una linea elegante e sobria. l’unica lieve influenza giapponese arriva nel coltello per sfilettare il pesce, opzione utile per migliorare ulteriormente la lama e garantire un lavoro preciso allo chef. i manici strizzano l’occhio al design europeo e sono in ulivo per lo chef pisani e in legno di maggiociondolo per lo chef negrini, omaggio alla regionalità dei due. il valore aggiunto è la sonda per la carne creata in esclusiva per gli chef del luogo di aimo e nadia ed esperimento più che riuscito.