racconto di giampaolo giacobbo

“secondo vittorio capovilla distillare significa estrarre l’anima della frutta. la sua bottiglia è il prezioso contenitore con un tappo dalla testa in legno e rafforzato con un doppio giro di spago coperto dalla ceralacca del “colore” del gusto.
serviva un coltello che potesse tranciare quello spago nel modo più corretto ed è arrivato michele massaro”.

quella notte la temperatura era scesa al di sotto dello zero. la strada che tagliava i campi appena arati, scricchiolava all’incedere dei miei passi che si facevano sempre più veloci quasi a scappare dalla morsa del gelo. tutto sembrava assopito. il silenzio ovattava ogni tentativo di suono tranne quello di una piccola campana che arrivava portato dal vento mentre un cane abbaiava lontano.

Entro in distilleria dove si stanno producendo le ultime cotte dell’anno. C’è tepore che non è solo caldo ma è calore, energia c’è anima.

Ogni volta che varco quel cancello tutto il resto rimane fuori e qui vivo in un altro tempo.

frequentare la bottega di vittorio capovilla oggi è un po’ come passeggiare tra le stanze del laboratorio del grande pittore cinquecentesco bassanese jacopo da ponte. la micro-distilleria di capovilla, il “capo”, è un luogo dove il tempo acquisisce una dimensione diversa. la sua visione rapportata alla frutta è unica, un dialogo iniziato fin da bambino quando, a crespano del grappa, ai piedi della montagna, si arrampicava tra gli alberi da frutto selvatici per prendere la sua merenda. da quegli alberi di fatto non è mai sceso e a quel sapore, e a quei profumi ha dedicato la sua vita per rincorrerli ed estrarli con delicatezza.
aprire una bottiglia del suo distillato significa far riemergere le emozioni vissute nel frutto.

una bottiglia trasparente, senza etichetta, che metta in evidenza tutta la purezza dei suoi distillati. il minimalismo assoluto, niente più dell’essenziale. attaccato al tappo, avvolto dalla ceralacca, un bindello in cui, a mano, è riportata la carta d’identità del prodotto:
la varietà, l’anno di raccolta, i litri anidri prodotti e la numerazione progressiva della bottiglia. dai lati scendono due spaghi che fissano ben stretto il tappo. per aprire la bottiglia bisogna inciderli nettamente, salvaguardando il tappo nella sua integrità, solo allora si ha accesso al distillato.

vittorio capovilla ha voluto il coltello adatto a questa operazione, l’ha cercato per anni e, appena ha conosciuto michele massaro, ha capito che sarebbe stato lui a fornirglielo. vedendo lo “spelucchino”, il coltello ideato da michele per la mamma, nell’uso quotidiano in cucina, il capo ha deciso che quello sarebbe stato il coltello più adatto. lo spilucchino capovilla è stato prodotto in edizione limitata e da lui donato alle persone ritenute meritevoli di aprire un bottiglia capovilla. una sorta di riconoscimento, attribuito a chi gli è stato particolarmente vicino in questi anni.